Cominciamo: per alcune persone presentarsi in pubblico è sempre difficile. Lo era anche per il Poeta. Il motivo non va ricercato in una mancanza di autostima, ma in una semplice quanto elementare difficoltà di espressione: per Il Poeta era complicato spiegare l’universo che si portava dentro. Quando ci provava, quasi tutti (dai familiari, ai colleghi, agli amici) gli rispondevano più o meno allo stesso modo: «tu sei strano, tu sei troppo complicato». Se poi, con calma e un’immancabile quanto illusoria fiducia, lui provava a spiegarsi, andava a finire ancora peggio. La faccenda aveva radici lontane: già da ragazzo il Poeta veniva chiamato “il puro” o “il candido”, ma all’epoca egli non capiva il reale valore di quei nomignoli. Successivamente però, per sua fortuna iniziò una specie di metamorfosi che lo portò fino ai giorni nostri, dove coloro che avevano la pazienza di entrare nel suo mondo a volte insistevano per definirlo proprio come “il poeta”. Anche in questo caso lui non comprendeva appieno il valore della lode. Infatti va detto che taluni usavano nei suoi confronti la stessa identica parola in modo malevolo, pronunciandola con quel pizzico di soddisfazione che si prova quando una presunta virtù viene giudicata con disprezzo.
«Sì, eccolo lì, il poeta». In entrambi i casi lui restava indifferente: sapeva che non bisognava esaltarsi per alcune facili lusinghe, come non serviva a nulla prendersela per degli insulti gratuiti. Invece, trovava intrigante investigare su come lo stesso termine potesse venir usato da taluni per rappresentare la Bellezza e da altri per ferire il prossimo. La fortuna volle però che analizzare questa dualità (assieme a molte altre) fosse la linfa da cui egli traeva nutrimento: l’osservazione era il luogo dove il Poeta amava stare. A tavola, per strada, al lavoro, ovunque e con chiunque, faceva come avrebbe fatto un biologo con il suo microscopio, ed era lì, nel contemplare ciò che aveva di fronte, che finiva nel suo universo parallelo, e poi, se gli avanzava tempo, lo buttava sulla carta. Il vero problema era proprio capire cosa fosse questa attitudine e, eventualmente, provare a darle un nome. Infatti, chiamare qualcuno “il poeta” non è come dire “il cuoco”, “l’autista” o “il professore”, e secondo lui bisognava fare molta attenzione alle parole. Il Poeta aveva notato infatti che coloro che potevano distinguersi all’interno di una professione riconosciuta disponevano anche dei mezzi per fregiarsi di un titolo, di un potere, di una qualifica, mentre per lui essere competente nell’esser poeta ‒ anche senza necessariamente scrivere poesie – era un’etichetta che gli risultava scomoda da indossare. Per lui era talmente difficile decifrare il suo dono che non riusciva a capire nemmeno se fosse una bella cosa augurare una simile ventura al suo miglior amico: nell’essere poeta c’era tanta Bellezza, ma altrettanta solitudine. Con gli anni, e gliene servirono molti, il Poeta capì che poteva decidere solo da sé cosa realmente gli stesse bene addosso, quindi un giorno si appoggiò al suo albero prediletto, quello solitario che se ne sta in cima al Monte Brancot, prese un Foglio Bianco e si mise a contemplare il panorama. Qualcuno ha detto che è più importante saper fare le domande piuttosto che trovare le risposte, quindi, in cima a quella montagna, sotto il suo pino solitario, grazie all’aiuto di una farfalla, di un giullare, dell’amico filosofo e di uno specchio, il Poeta fece ciò che forse avrebbe dovuto fare molti anni prima: si chiese chi era. Lì nacque il suo primo romanzo, bianco anima e quello, tutto sommato, fu sempre il suo miglior modo per presentarsi.
